Antefatto: Effetto Venezia 2025
L’edizione 2025 della consueta rassegna annuale di Effetto Venezia (così chiamata perché si svolge nel Quartiere “Venezia” di Livorno, che coi suoi canali ricorda la città di Venezia), ha come titolo “Creativa”. Il tema, che si può riassumere come una celebrazione della creatività femminile, è stato voluto da Grazia De Michele, confermata per il secondo anno nella veste di direttrice artistica del festival. Il sottotitolo “quello che le donne ci dicono” è stato invece voluto dal sindaco di Livorno Luca Salvetti (PD), che l’ha spiegata come una rielaborazione della canzone “Quello che le donne non dicono” della Mannoia.
Dunque sarà una rassegna tutta al femminile? Risponde Grazia de Michele: “[le proposte] potranno provenire e coinvolgere anche artisti uomini, fermo restando il tema guida che le deve animare”.
A questo punto sorge spontanea la domanda: c’è qualcosa di male nel celebrare l’universo artistico femminile?
La risposta semplice è: no.
Ma le risposte semplici non ci piacciono.
Per cominciare, facciamoci aiutare da un esperimento mentale. Immaginiamoci dunque che la rassegna fosse stata intitolata “Creativo. Quello che gli uomini ci dicono”, e fosse incentrata tutta sull’universo creativo maschile, con la possibilità delle donne di partecipare, ma purché si fossero attenute al tema. Si può pensare in tutta onestà che questo non avrebbe scatenato polemiche e critiche feroci, insulti al patriarcato, all’amministrazione che concedeva una simile porcata discriminatoria, con tanto di petizioni e richieste di annullamento, gogna mediatica, e quant’altro?
Qualunque persona onesta intellettualmente ammetterà che sarebbe andata esattamente come descritto.
Ovviamente qualcuno dirà una cosa del tipo “sì ma questo accade perché la donna parte discriminata e quindi non è discriminatorio creare spazi ad hoc per lei, in modo da contrastare – stile quote rosa – la sua posizione sottomessa all’interno della società”. A questo si potrebbe replicare che è come se, in nome della libertà di espressione, si chiedesse di censurare le voci che si ritiene abbiano più risonanza. Sembra quasi ragionevole, ma basta soffermarsi un attimo per capire che si tratta di forzature che contraddicono e svalutano il principio stesso per cui ci si batte.
Citiamo solo marginalmente la presenza tra gli ospiti d’onore (giovedì alle 21.30 sul palco principale di piazza del Logo Pio) di Gino Cecchettin, padre della buonanima di Giulia Cecchettin, vittima di omicidio per mano di Filippo Turetta. Gino Cecchettin è nel consiglio d’amministrazione della Fondazione Giulia Cecchettin (di cui potete leggere la mission qui a lato). Lasciamo giudicare a voi se la mission sia all’insegna dell’inclusività, della collaborazione tra i sessi, e della parità di genere, ma anche più banalmente se si possa considerare lui un rappresentante o un portavoce della creatività femminile.
Più in generale – e questo ci sembra in realtà il punto fondamentale – si fatica a comprendere come una rassegna impostata in questo modo possa promuovere un sano confronto e un proficuo interscambio tra i due sessi, maschile e femminile; o se piuttosto non vada a collocarsi nel solco delle tante iniziative che, pur gridando alla parità, non fanno altro che alimentare scontri, affibbiare peccati originali irredimibili e mortificazioni di intere categorie sulla base del comportamento di singoli, di dati mal riportati o addirittura falsificati. Per una lettura più onesta dei dati legati alla “violenza di genere”, si veda il report del Ministero dell’Interno del 2024
Relativamente al periodo 1 gennaio – 31 dicembre 2024 sono stati registrati 314 omicidi, con 111 vittime donne, di cui 96 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 59 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner. Analizzando gli omicidi del periodo sopra indicato rispetto a quello analogo dell’anno precedente, emerge che il numero degli eventi è in diminuzione, da 340 a 314 (-8%), come pure è in calo il numero delle vittime di genere femminile, che da 120 scendono a 111 (-8%).
Quindi trend in calo, e sul già basso numero di omicidi nei confronti delle donne (l’Italia è tra i paesi più virtuosi in Europa – vedi immagine a fianco) si innesta l’ancora più ridotto numero di vittime del partner/ex partner.
Non sono numeri da emergenza, né tanto meno numeri che giustificano semplificazioni becere sul fatto che chi uccide una donna è “figlio sano del patriarcato”, o che tutti gli uomini debbano portare su di sé le colpe di quelle poche decine di reali colpevoli.
D’altra parte, nelle stesse parole usate da Gino Cecchettin in occasione del discorso pronunciato durante i funerali della figlia: “La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti.”
E a quanto pare, è ciò che si sta tentando di fare in Italia.
Viva le donne e gli uomini, diversi ma uniti.
Da qui la nostra esigenza di pacificazione sociale, declinata con lo slogan di cui sopra, e nel manifesto che vedete qua di fianco. Lungi da noi negare che esistano conflitti tra uomini e donne – che anzi vediamo crescere ed essere alimentati anche da chi cerca di ammantarsi da paladino della libertà e della difesa contro le violenze di genere – la nostra proposta “rivoluzionaria” è semplicemente riconoscere la diversità tra i due sessi e celebrarli entrambi, proprio nelle loro peculiarità che rendono così importante e olistica (qualcuno direbbe sacra) la necessità di collaborazione e sostegno reciproci, in modo da sfruttare i punti di forza e colmare i punti deboli di entrambi.
Occorre invertire il paradigma moderno secondo cui esistono categorie sociali intrinsecamente colpevoli o corrotte, in cui l’eccezione è data da chi si comporta bene, per riconoscere che è l’esatto contrario: nessuno nasce sbagliato, e in linea generale chi compie violenze, gravi o meno gravi, qualunque sia il sesso suo e della vittima, è l’eccezione alla regola.
Solo ricominciando a guardare le cose nella giusta prospettiva, dati alla mano ma soprattutto cuore alla mano, si può ricucire lo strappo che invece viene sistematicamente e sistemicamente alimentato. Il motivo? Semplice. Sinistra-destra, tav-notav, russofili-russofobi, vax-novax, global-noglobal, religiosi_A-religiosi_B, uomini-donne, giovani-anziani, autoctoni-immigrati: tutte queste dicotomie servono a creare un conflitto sociale che distolga i cittadini dai reali problemi del loro paese e del mondo, ne risucchi le energie e le risorse e li renda impossibilitati a puntare il dito verso – e dunque lottare per – le vere questioni che riguardano tutti.
Quindi “viva le donne e gli uomini, diversi ma uniti”.
Effetto Genocidio
Oltre al tema della pacificazione sociale, nella tradizione degli ultimi 4 anni, abbiamo deciso di rielaborare la grafica della locandina del festival con un altro tema che ci sta a cuore: la liberazione della Palestina. Il nostro omaggio non è a una donna in quanto donna, ma a un essere umano che sta dando voce alla causa palestinese e dando risonanza alle atrocità del governo sionista, incarnato oggi da Netanyahu, nei confronti della popolazione civile della Palestina.
Anche quest’anno saremo dunque presenti con i nostri cartelloni e i nostri volantini a Effetto Venezia al nostro banchetto anti-sistema presso il ristorante “In Carne”, scali del Monte Pio 11, a due passi da piazza dei Domenicani.
Da gio 31/07 a dom 3/08 dalle 21.00 alle 23.30 circa.
Veniteci a trovare per aiutarci a distribuire il materiale informativo, o anche soltanto per fare due chiacchiere con noi.
Retro del volantino “diversi ma uniti”

