“Il Tarantolato” di Ilaria Mavilla – racconto vincitore

“Il Tarantolato” di Ilaria Mavilla – racconto vincitore

“Il Tarantolato” è il racconto vincitore del concorso “La libertà ai tempi del COVID”, ed. 2022.

L’autrice, Ilaria Mavilla, si è aggiudicata in premio il romanzo distopico “Noi”, di Yevgeny Zamjatin. Ilaria è un’insegnante, e insieme al marito gestisce anche il blog letterario Caffè del Castagno, aperto a tutti.

Trovate video e foto della premiazione a questo indirizzo.

Qui potete invece consultare il bando del concorso.

Il Tarantolato, di Ilaria Mavilla

Ospedale dei Devoti Disciplini
Reparto di Asintomatologia
All’attenzione del Prof. Beffa

Gentile Direttore,
sono una lavoratrice, sposata e madre di due figli, una cittadina che sta facendo la propria parte, come la maggior parte dei miei connazionali, nella lotta all’invisibile nemico che ci assedia.Come le raccomandazioni governative ci suggeriscono, da otto anni ormai, ho interrotto i rapporti col mondo esterno del quale, in tutta onestà, non sento più la mancanza. A volte, quando mi punge vaghezza, prenoto una visita virtuale di Venezia o del Gran Canyon e sono contenta così. Smartworking e docenti robotici sono le nostre armi migliori, difficile negarlo. È così che siamo riusciti ad evitare il contagio, finora. Dietro allo schermo, davanti alle immagini strazianti degli asfittici agonizzanti, nessun desiderio di ridere, nessun cinismo, nessun sarcasmo ci coglie, segno che siamo ancora sani, a Dio piacendo. Purtroppo abbiamo visto alcuni cari amici ammalarsi ed è stato terribile constatare quanto le loro menti, fino al giorno prima perfettamente in grado di ragionare, fossero state di colpo obnubilate dal morbo dell’ilarità pungente che trasforma ogni tragedia in farsa. All’inizio, solo qualche battuta sferzante durante l’aperitivo, qualche commento sopra le righe accompagnato da un sorriso beffardo, poi risatine di soppiatto durante i discorsi del Presidente o di fronte alla strage degli studenti del Grukistan e infine risate incontenibili, sguaiate e dissacranti verso ogni gesto di solidarietà e di responsabilità civile, fino alla morte per mancanza di ossigeno.
Le confesso che ho paura, questo virus è sconosciuto, subdolo, senza pietà e nonostante tutte le precauzioni del caso, non c’è garanzia di non esserne contagiati.Vengo al motivo di questa lettera. Mio marito minaccia la sicurezza domestica della famiglia per ragioni futili ed egoistiche. Pur essendosi adattato al nuovo stile di vita comprendendone la ragionevolezza e la necessità, almeno così pare, c’è una cosa a cui non riesce proprio a rinunciare. E non si tratta di un aspetto importante della sua (per il resto ordinata) vita, niente che abbia a che fare col lavoro o con gli affetti, ma di un passatempo come un altro, se non più ridicolo, un impiego del tempo a dir poco imbarazzante per un rispettabile uomo d’affari qual è: un corso di danze popolari, di taranta per la precisione. Per ben due sere a settimana, lui si espone e ci espone ad un rischio inaccettabile assembrandosi con sconosciuti in frenetico movimento ravvicinato. Interrogato più volte sulle motivazioni della sua condotta, risponde in modo sibillino di essere tarantolato. Nonostante io abbia rinunciato a comprendere come un uomo benestante e colto del nuovo millennio possa sentirsi erede della psicopatologia femminile del secolo scorso (le sarà nota l’antica funzione terapeutica di questi balli), mi preoccupa l’aspetto sanitario della faccenda ed è per questo che mi vedo costretta a chiedere il suo intervento. Fino ad oggi ho potuto gestire la situazione sottoponendolo a frequenti test diagnostici in grado di rilevare un eccesso di triptofano nel sangue, come suggerito dalle linee guida ministeriali, ma di fronte all’intensificarsi delle sue uscite serali in vista del saggio (ignoro come l’insegnante di danza abbia potuto aggirare la normativa che vieta gli spettacoli pubblici) temo una crescita esponenziale del rischio. Non voglio mettere a repentaglio la salute dei miei figli e dunque non mi resta che chiedere un ricovero nel reparto da Lei diretto dove mio marito possa essere isolato e tempestivamente curato nel caso in cui manifesti sintomi suggestivi del virus 262.
Certa della sua comprensione, Le porgo i miei più cordiali saluti,
Eva Capitani

 

Gentile Sig.ra Capitani,
Ritengo doveroso aggiornarla sulle condizioni di salute di suo marito. Nei primi sei mesi di degenza il paziente è apparso sano, nel pieno delle sue facoltà fisiche e mentali e collaborativo con tutto il personale medico sanitario. Come da protocollo, è stato sottoposto ad una terapia di prevenzione del virus 262 consistente in duecento milligrammi di Calmodrom combinati con centocinquanta di Scordosan al dì. Il paziente ha mostrato piena consapevolezza della pericolosità del contagio e non ha mai manifestato sentimenti di insofferenza rispetto alle necessarie limitazioni della sua libertà di movimento. Durante il giorno, dopo l’accurata procedura igienica mattutina, trascorreva il tempo nella sua camera di degenza, come si conviene, potendo godere delle forme di intrattenimento fornite dalla nostra struttura, quali televisione e internet senza limiti. Dopo il pasto liofilizzato di cui spesso chiedeva una porzione aggiuntiva, si collegava in videochiamata con la psicologa di reparto, Dott.ssa Guastella. Stando ai report dei colloqui dei primi sei mesi, emerge il ritratto di un uomo equilibrato, responsabile, devoto alla famiglia e al lavoro. Poi, una mattina, l’infermiera che aveva appena finito il turno di notte mi riferisce con un certo imbarazzo di aver notato un comportamento anomalo nel paziente, avendolo visto muoversi in modo scomposto e frenetico, ad occhi chiusi nel riquadro della sua stanza per buona parte della notte appena trascorsa. Come non ripensare, cara signora, alla descrizione da lei fornitami sullo strano passatempo di suo marito? Nei giorni seguenti ho richiesto il supporto della Dott.ssa Guastella nella speranza di comprendere l’origine di un tale comportamento che, mi dispiace doverglielo dire, si è ripetuto, dopo quella prima manifestazione, innumerevoli volte. Sottoposto a precise domande sull’argomento, il paziente riferiva di avvertire un veleno scorrergli nelle vene e di doversene liberare. Purtroppo, l’epilogo di questa vicenda desta un certo allarme e dunque è mio dovere informarla, se non lo hanno già fatto le autorità competenti, che la camera di suo marito questa mattina è stata trovata vuota; attualmente le forze dell’ordine stanno indagando sulle modalità della sua presunta fuga. Se nelle prossime ore dovesse mettersi in contatto con lei, la prego di avvisare tempestivamente le autorità.
Cordialmente,
Prof.Beffa

 

Caro Cristiano,
Come stai? Ho provato a chiamarti ma non hai mai risposto. Immagino che neanche queste poche righe ti faranno leggere là dentro. Se può consolarti, sappi che non sei solo. Ti ricordi di Elvira, quella signoraa cui è stato sottratto il figlio per timore che fosse infetto? Ecco, l’altro giorno mentre era impegnata in una videoconferenza di lavoro, ha smesso di rispondere ai colleghi e ha cominciato ad oscillare sulla sedia, mugolando una nenia funebre e fissando il vuoto. L’aveva morsa la taranta triste e così l’altra sera ho lasciato che esprimesse tutta la sua inconsolabile malinconia. La tua, invece, è sempre stata una taranta tempestosa, di quelle che rispondono al tamburo più che al violino. D’altra parte, ciascuno ha la propria indole e anche se il veleno è lo stesso la reazione è diversa e diversa è la cura.
Quando capiranno che quella che ci stanno spacciando come malattia è la nostra salvezza mentre quella che ci offrono come cura è il vero morbo? E se non possiamo dirlo, cosa ci resta se non danzarlo, come hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne che non sapevano o non potevano dare voce ma solo braccia e gambe al loro dolore? Loro nel bianco di un lenzuolo o di un altare, noi in quello di un ospedale, se così si può chiamare quel luogo in cui oggi si inventano le malattie.

Noi riusciamo ancora a ritrovarci, usando molta prudenza ed eludendo i controlli. Dove e quando ti dirò di persona. Ricorda, finché sei vivo, batti i piedi e schiaccia il ragno.
Nella speranza di rivederti presto,
Nunzia

Premio

Alla vincitrice, oltre alla pubblicazione sul canale Telegram e sul gruppo Facebook “Libertà Livorno”, e alla promozione da parte di Libertà Livorno, è stato assegnato in premio il romanzo distopico “Noi” del russo Evgenij Zamjátin, capolavoro ispiratore del più celebre “1984” di George Orwell.
A proposito di libertà, questo autore, proprio con questo testo, subì la censura sovietica negli anni ‘20 del secolo scorso; un destino a cui oggi sono andati incontro molti suoi connazionali.
Noi di Libertà ci opponiamo a qualsiasi tipo di censura della forme espressive e della stampa.

Rinnoviamo i complimenti alla vincitrice, e… al prossimo concorso!

– Gabriele Nannetti